Il mio – come il tuo, il suo, il vostro – tempo ha un valore synthroid pill.
Quando si lavora per qualcuno oltre che le nostre capacità stiamo impiegando il nostro tempo. E il tempo, signor* miei, ha un costo. Eccome.

Facciamo l’esempio più banale del mondo, pensate a un uomo/donna delle pulizie: le tariffe medie variano, ma prendiamo a riferimento un sito come Helpling, che consente di trovare una persona per le pulizie domestiche.
La tariffa più bassa offerta è di 11,90€ all’ora se si prenota una servizio ricorrente (settimanale o bisettimanale), di 13,90€ se si richiede una tantum.
I professionisti che si contattano tramite Helpling hanno tutti partita iva, esattamente come la maggior parte dei professionisti della cultura – editor, consulenti, grafici, illustratori e così via.
Eppure se uno di questi professionisti chiede una tariffa oraria scatena indignazione, stupore e via dicendo. Per quale motivo?

Facciamo un altro esempio: qualche mese fa ho fatto un colloquio per la posizione di Vodafone Store Specialist (in termini meno fighi, un posto da venditrice in un negozio Vodafone). Vodafone ora richiede che venga fatto un test che valuta l’attitudine alla vendita; lo faccio e vengo convocata quasi immediatamente perché totalizzo il punteggio più alto che abbiano mai visto (modestamente…)
Ero decisamente gasata: ho lavorato per Vodafone, in passato; amo vendere, amo il mondo della tecnologia e delle telecomunicazioni e nella mia testa c’era l’equazione negozio=stipendio fisso. 
E invece no.
Scopro, in sede di colloquio, che persino in negozio si viene pagati solo a provvigioni.
E un rimborso spese?, chiedo io. Solo dopo minimo sei mesi, in cui se dimostri di saper vendere anche il ghiaccio agli eschimesi si valuterà che tipo di contratto farti: a progetto, determinato, indeterminato, con partita iva… Un grosso “boh”, insomma.
Ho salutato la simpatica (sul serio, non è ironico) selezionatrice e me ne sono tornata a casa.

Avrei dovuto passare almeno otto ore del mio tempo, ogni giorno, dando completa disponibilità nei festivi e nei weekend senza che mi venga riconosciuto almeno un gettone di presenza?

Che io venda o non venda sto lavorando per te; e in negozio non si fa solo vendita: si fa assistenza – di ogni tipo, dalla cosa seria al “non so come inserire la sim” – che richiede tempo, conoscenze, competenze e attenzioni; si fa consulenza e si contribuisce a dare un’immagine positiva del brand e del punto vendita. Quindi perché non dovrei essere pagata per tutto questo?

Il tempo va pagato. Il lavoro va pagato.

E questo ragionamento l’ho fatto nonostante sia ben consapevole di quali siano le mie capacità come venditrice e di che tipo di stipendio mi portassi a casa come operatrice quando venivo pagata solo a provvigioni. Avrei guadagnato. Ma la gavetta l’ho già fatta, e al call center, se non arrivavo a obiettivo, mi veniva comunque dato un compenso decente, secondo la filosofia “tu sei venuta in ufficio, ti sei impegnata e hai speso tempo, soldi e benzina”.
Voglio che il mio tempo sia pagato e che il mio lavoro venga rispettato.

Tutte le aziende che cercano personale con esperienza, milioni di conoscenze e competenze ma non danno né uno stipendio fisso, né un gettone di presenza e neppure un rimborso spese non sono nemmeno da prendere in considerazione. Mancano del tutto di rispetto verso il lavoratore, pretendono risultati con la scusa dell’“altrimenti venite a lavorare solo per il fisso e non vi impegnate” e non riconoscono né il valore del vostro tempo, né quello delle vostre competenze, né della vostra preparazione.

Rimanendo nell’ambito del commercio, sono a conoscenza di una politica aziendale di un grande gruppo di abbigliamento italiano che frequento spesso: qui le venditrici vengono retribuite con uno stipendio fisso più un bonus, legato a degli obiettivi.
Il lato negativo è che vengono strigliate pesantemente se l’obiettivo non viene raggiunto (e l’obiettivo si calcola anche – o soprattutto, non conosco i dettagli – in base al numero di visitatori del negozio: nei dispositivi antifurto all’ingresso è posizionato un contatore che quantifica con precisione il numero di persone che sono entrate. Ora che lo sapete sentitevi in colpa per tutte le volte che siete entrati per bighellonare e non avete acquistato nulla, esattamente come mi sono sentita in colpa io).

Vi faccio un altro esempio, raccontandovi un episodio di qualche sera fa.
Ero in un centro commerciale che avrebbe chiuso nel giro di un quarto d’ora. Entro in un negozio di abbigliamento, sempre di catena, e dico alla ragazza che sta spazzando a terra: “so che è tardi, ma devo acquistare una camicia che mi serve assolutamente per domani. Ci metto davvero un attimo.” – perché sì, ho un cuore anche io e mi rendo conto che non vedono l’ora di andare a casa dopo otto ore di lavoro.
“In realtà stiamo chiudendo, penso che la mia collega abbia già chiuso la cassa”, mi risponde gettando uno sguardo alla suddetta collega. Mi giro anche io e vedo che lei risponde, a gesti, che la cassa è ancora aperta. Ribadisco che ci avrei impiegato davvero un secondo – ed era vero: volevo afferrare, pagare e andarmene – ma la tizia risponde in tono aggressivo e scocciato “va bene, quale vuoi? Quella rossa?” accompagnando la frase con gesti di stizza.
Inarco le sopracciglia, sorrido e dico “non ti preoccupare, se state chiudendo me ne vado. Nessun problema”. Ho girato i tacchi e imboccato la porta, mentre la collega in cassa cercava di fermarmi e l’altra commessa tentava di rimediare. Inutilmente.

Come dicevo sopra, capisco benissimo la stanchezza e la voglia di andarsene a casa. Ma non bisogna mai farli pesare al cliente. Quando lavoravo 12 ore al giorno come consulente e di fronte a me avevo altre due/tre ore di macchina da affrontare, non trattavo l’ultima cliente, quella che arrivava dieci minuti dopo l’orario ultimo, con stizza o scortesia, pur sapendo che non avrei venduto nulla. Non mi sarei mai sognato di farlo.
Si chiama professionalità.

Costoro hanno perso una cliente presente e futura. Non che alle dipendenti in sé interessi molto, sia chiaro: il negozio non è loro. È questo che intendevo quando dicevo che il mio tempo e il mio lavoro nel punto vendita contribuiscono a creare un buon nome e una buona immagine del negozio.
Ed è per questo che penso che nel settore del commercio/vendita un sistema retributivo di questo tipo sia il migliore: un compenso stabilito da una parte fissa, che paga il tempo e la preparazione del venditore, e una parte variabile che premia i suoi risultati.

Negli altri campi è evidente che un sistema simile non può funzionare, e l’unico sistema retributivo equo è quello orario: e quel compenso orario deve essere quantificato tenendo conto delle competenze del lavoratore, del suo stesso lavoro e, naturalmente, del suo tempo.

Immagine di copertina proveniente dal sito Lifehack Quotes.

1 commento Il valore del tempo (ovvero: pagalo)

  1. Diamorfina

    Sono d’accordo con te in tutto e per tutto. Purtuttavia, esistono settori, come quello amministrativo o sanitario, che sono stati completamente snaturati dall’introduzione delle “prestazioni” e dalle parti variabili: a nessuno piace un chirurgo che ha fretta perché deve raggiungere l’obiettivo di operazioni mensili!
    Preferiremmo tutti quello rilassato, che ci dedica tutto il tempo di cui abbiamo bisogno. No? 🙂

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